LA FUGA E L’ISOLA

LA CAGNALocandina del film del 1972 di Marco Ferreri, La Cagna

 

La fuga e l’isola  ricorrono nel cinema di Ferreri  sin dagli esordi. Cambia la prospettiva, la natura e la forma, ma rimangono centrali tasselli di un vasto e complesso pensiero in movimento. Su una società capitalistica e consumistica che taglia radici, legami sociali, senso di appartenenza ad un comune vivere  e che all’individuo non chiede altro che di consumare, che offre precotti contro felicità. Oggetti materiali  e, più che mai, virtuali da consumare più che da vivere, incapaci di mettere in contatto con i bisogni più profondi legati all’esistenza umana, a cui finiscono per sostituirsi, espropriando mente e corpo. Mentre l’individuo consumatore, isolato più che liberato, sperimenta la lontananza da sé, tra senso di solitudine, di inutilità,  incapacità di emozioni e di evoluzione. E scappare diventa la chance per non soccombere, reazione istintiva in cui si materializza l’isola:  luogo  d’approdo in cerca di benessere… nell’isola dei paraplegici di El cochechito, miraggio di felicità del vedovo  pensionato che per far parte di un gruppo di amici si  finge menomato, dotandosi di carrozzella ( oggetto snaturato che assumerà comunque un drammatico valore positivo). O in una barca  in rotta per i mari del sud, in cerca di respiro a pieni polmoni in Dillinger è morto; il miraggio di isole lontane e  istintive presenze femminili di un Piccoli, intellettuale in fuga da un’altra isola, la propria lussuosa casa bunker, dove la vita di coppia è diventata asfittica… ma può essere anche un asilo, dove un maestro ex sessantottino, il Benigni di Chiedo Asilo, trova tra i bambini assonanze con la propria indole vitale. Favoleggiati esiti sempre nella direzione di un contatto più concreto e profondo: natura, silenzio, solitudine, mare, orizzonte in perdere lo sguardo, profondità in cui confondersi, liquido amniotico a cui tornare, ritrovare la madre, ritrovare il bambino, ritrovare gli istinti, riconoscere il mondo. Tutte riappropriazioni di parti di un sé confinato, oscurato, ma mai dimenticato, da un corpo, individuale ma anche sociale, che lancia segnali. 

Catherine Deneuve as Liza, in La Cagna, un film di Marco Ferreri (1972)L’ Isola miraggio di La cagna è nel nord della Sardegna. Lembo sul mare di una  terra antica in cui sostare. Nel suo igloo s’è insediato l’intellettuale artista borghese Giorgio, un dolente Mastroianni  in fuga da una Parigi che cambia volto tagliando ponti col passato e dalla crisi della propria relazione di coppia. Novello Crusue con qualche impegno e confort in più, perché il denaro nell’isola di Giorgio mantiene il suo valore. Naufrago in cerca di sé stesso, con un’impegnata storia a fumetti di un novello Spartaco da completare. Lontano dagli uomini e dalle donne. Sua unica compagnia, il cane Melampo, l’altro diverso, a cui insegnare, da cui imparare ( Melampo, è il titolo del  racconto di Flaiano, cosceneggiatore,  che  ha ispirato il film). L’isola, tuttavia,  attirerà anche di altri fuggiaschi.  Liza, una Catherine Deneuve, ragazza- bambina in crisi col fidanzato, che si fermerà lì mollando gli amici.  E un disertore della legione straniera; poche ore di libertà prima di essere ripreso, che pagherà a caro prezzo per la sua  ribellione all’autorità. Per Liza sarà un’altra storia. Da innamorata-amante ignorata dovrà contendersi l’affetto  di Giorgio con Melampo Lo farà morire e gli si sostituirà, guadagnandosi così  tutte le attenzioni del padrone. Ferreri spingerà poi fino al limite questo  tuffo all’indietro, regressione alla ricerca di uno svincolamento da tutto ciò che sa di civiltà occidentale e di storia, per andare incontro ad un primitivo vivere, in balia dei soli elementi naturali e di lì ripartire. Viaggio fantastico in un realismo surreale  portato allo stremo… Commedia impossibile!

Ferreri mette in fila le immagini portandoci via via sul  suo pensiero, gettando tracce nel silenzio, le parole ridotte all’osso,  l’intervento delle musiche(classica e tribale per l’incontro, tango per l’affiatamento aumenta, l’anelito del sax…); un paesaggio urbano sempre più degradato arrivando al porticciolo, gli edifici parigini da abbattere per nuove e rivoluzionarie opere architettoniche, gli oggetti,  feticci e simulacri  portati dal  mare, il ricordo, la nostalgia (bambolotto di plastica… ),  l’arte ( disegno di Adamo ed Eva…) Semplicità, purezza e asprezza delle forme di rocce levigate dai venti e dall’acqua,  ma anche  spazio che si restringe,  che diventa angusto  se la vita deve comunque fare i conti con la società contemporanea anche dentro il semplice igloo.

Scritto nel 1972, a ridosso di un periodo di conquiste operaie e di una contestazione studentesca che aveva dato una scossa all’autoritarismo della società, superando i confini provinciali, facendo emergere nuovi bisogni, nuovi modi di  relazione uomo-donna, crescita del movimento delle donne… Cambiava il ruolo delle donne, quello dell’uomo, cambiava la società. Ma No man is an island / nessun uomo è un’isola, sembrano ancora ammonire i versi del poeta  Jhon Donne.

 

Silvana Matozza

 

Articolo pubblicato sulla rivista cultura e spettacolo Vespertilla, anno V n. 3  Maggio / Giugno 2008 - Sez. Cinema: Omaggio a Marco FERRERI

 

 

 

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